“Arrivi tardi.”
Non era un rimprovero.
Era un dato di fatto.
“C’era traffico.”
La madre si è spostata di lato per farla entrare.
La casa aveva lo stesso odore di sempre. Caffè e detersivo.
La figlia ha appoggiato la borsa sulla sedia della cucina.
Quella sedia.
“Ti preparo qualcosa?”
“Non ho fame.”
La madre ha annuito. Ha comunque messo l’acqua sul fuoco.
Succede così, tra madri e figlie adulte.
Si parla di cose pratiche per non parlare di quelle vere.
“Hai dormito?”
“Abbastanza.”
“Abbastanza quanto?”
La figlia ha sorriso.
“Non interrogarmi.”
La madre ha sorriso a sua volta.
Ma gli occhi no.
Da qualche mese si chiamavano meno.
Non per litigi.
Per distanza.
La figlia aveva iniziato a usare il nome proprio.
“Anna, puoi passarmi il sale?”
Anna.
Non “mamma”.
La prima volta la madre non ci aveva fatto caso.
La seconda sì.
Quel giorno, mentre l’acqua bolliva inutilmente, la madre ha detto:
“Ti sei abituata a chiamarmi Anna.”
La figlia si è fermata.
“Non ti piace?”
“Non lo so.”
Silenzio.
“Mi sembra che ti allontani.”
La figlia si è seduta.
Non era preparata a quella frase.
“Non mi sto allontanando.”
“Lo fai quando ti proteggi.”
Era vero.
Ed era insopportabile che fosse vero.
“Non posso essere sempre la bambina che chiama mamma.”
“Non te lo chiedo.”
“Però lo senti.”
La madre ha spento il fuoco.
Non serviva più.
“Mi basta sapere che quando hai paura torni a chiamarmi così.”
La figlia ha abbassato lo sguardo.
Non piangeva.
Non era triste.
Era scoperta.
“Mamma…”
La parola è uscita piano.
Non come un’abitudine.
Come una scelta.
La madre non ha detto nulla.
Ha solo appoggiato una mano sul tavolo.
Tra loro non c’era più distanza.
C’era spazio.
Ed era diverso.


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