Viviamo immersi nei suoni, ma sempre più lontani dall’ascolto.
Forse perché ascoltare richiede tempo. E il tempo, oggi, è diventato scomodo.
C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra sentire e ascoltare.
Sentire è automatico. Accade anche quando non lo vogliamo.
Ascoltare, invece, è una scelta.
Ogni giorno veniamo attraversati da voci, rumori, notifiche, parole dette a metà.
Le sentiamo tutte.
Ma quante, davvero, le ascoltiamo?
Ascoltare implica una presenza che non può essere accelerata.
Richiede silenzio interiore, attenzione, disponibilità a essere toccati da ciò che arriva.
E forse è proprio questo che oggi ci mette in difficoltà.
Abbiamo imparato a reagire ai suoni, non ad accoglierli.
Scorriamo le parole come scorriamo le immagini: velocemente, senza sosta, senza sedimentazione.
La voce diventa così un segnale, non più un’esperienza.
Eppure la voce, quando viene ascoltata davvero, cambia le cose.
Può rassicurare o ferire, unire o separare, chiarire o confondere.
Non per ciò che dice, ma per come viene detta.
Ascoltare una voce significa riconoscerne il ritmo, le pause, le esitazioni.
Significa accettare che non tutto debba essere immediatamente compreso.
Che alcune parole abbiano bisogno di tempo per arrivare.
Forse non stiamo perdendo la capacità di sentire.
Forse stiamo perdendo il coraggio di ascoltare.
E senza ascolto, anche la voce più autentica rischia di restare inascoltata.
