Non erano una coppia.
Non ancora.
Erano colleghi.
E come tutte le grandi storie contemporanee, tutto è iniziato con una riunione inutile.
“Dobbiamo ottimizzare il flusso comunicativo,” aveva detto il capo.
Frase che significa: nessuno ha capito cosa sta facendo.
Lei prendeva appunti con un’attenzione teatrale.
Lui annuiva con convinzione eccessiva.
Non si erano mai parlati davvero prima.
Solo scambi funzionali.
“Mi mandi il file?”
“Te l’ho mandato.”
“Ah.”
Poi, durante la riunione, lui ha fatto un’osservazione brillante.
Non geniale. Ma brillante quanto basta.
Lei ha sorriso.
Non per il contenuto.
Per il modo in cui lo aveva detto.
C’era una sicurezza leggera, non arrogante. Una pausa prima della battuta. Una modulazione studiata ma naturale.
La voce giusta nel momento giusto.
Finita la riunione, si sono trovati alla macchinetta del caffè.
“Bella osservazione,” ha detto lei.
“Grazie. Era rischiosa.”
“Perché?”
“Perché poteva sembrare intelligente.”
Lei ha riso.
Ed è lì che è successo.
Non l’attrazione.
Quella è arrivata dopo.
È successo che hanno capito di avere lo stesso tipo di ironia.
Quella che non umilia.
Quella che salva.
Nei giorni successivi hanno iniziato a sedersi uno accanto all’altra.
Non per caso.
Lui parlava meno del solito.
Lei ascoltava più del necessario.
Un pomeriggio, mentre uscivano dall’ufficio, lui ha detto:
“Ti va un caffè vero? Non quello della macchinetta.”
Era una proposta neutra.
Formalmente innocente.
Ma la voce era leggermente più bassa.
Lei ha fatto finta di pensarci.
“Solo se non ottimizziamo nulla.”
“Promesso.”
Non sapevano ancora cosa sarebbe diventato.
Forse niente.
Ma entrambi avevano capito una cosa semplice:
Le riunioni inutili servono a qualcosa.


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