Avevano deciso di non discutere più per sciocchezze.
Era un martedì.
I martedì sono perfetti per prendere decisioni definitive.
“D’ora in poi parliamo con calma,” aveva detto lei.
“Certo,” aveva risposto lui, con quella sicurezza che precede sempre una catastrofe domestica.
La prima occasione è arrivata tre giorni dopo.
Un messaggio.
Lei lo aveva letto ad alta voce, con tono neutro:
“Sabato calcetto. Confermi?”
Silenzio.
“Non avevamo detto che sabato andavamo da mia madre?”
Non era un’accusa. Era un promemoria.
Ma lui ha sentito un tribunale.
“No, avevi detto ‘forse’.”
“No, avevo detto ‘andiamo’.”
“No, avevi detto ‘vediamo’.”
Ci sono coppie che litigano per gelosia.
Loro litigavano per la semantica.
La cosa interessante non era cosa ricordavano.
Era come lo ricordavano.
Lei alzava leggermente il sopracciglio quando era convinta di avere ragione.
Lui abbassava il tono di mezzo grado quando iniziava a difendersi.
“Non voglio discutere,” ha detto lei.
“Nemmeno io,” ha detto lui.
Entrambi hanno continuato a parlare.
Dopo otto minuti di confronto pacato, articolato, quasi parlamentare, lei ha sospirato.
“Vai a giocare.”
Detto così, sembrava un permesso.
Ma c’era una virgola invisibile dopo “vai”.
Lui lo sapeva.
“Se per te è un problema non vado.”
“Non è un problema.”
Lo era.
Hanno cenato in un clima diplomatico.
Cortesia impeccabile.
Zero sarcasmo dichiarato.
Alle 23:17 lui ha detto:
“Comunque avevi detto ‘forse’.”
Lei ha sorriso.
Un sorriso lento.
“Buonanotte.”
Il sabato è andato a calcetto.
La domenica sono andati dalla madre.
Il lunedì hanno deciso di non discutere più per sciocchezze.
Era lunedì.
Giorno notoriamente inadatto alle decisioni definitive.


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