Giulia ha ventiquattro anni.
E una voce che cambia quando mente.
Non se ne accorge quasi nessuno.
Solo chi la conosce davvero.
“Sto bene.”
Lo dice spesso al telefono.
Lo dice veloce. Come una parola sola.
Stobene.
La madre dall’altra parte prova a fare una pausa.
Le amiche non fanno domande.
I colleghi non vogliono sapere.
Giulia vive in città da tre anni.
Lavora, corre, paga affitti troppo alti e caffè troppo cari.
Ha imparato a sembrare sicura.
Non è la stessa cosa che esserlo.
La sera chiama qualcuno.
Non per raccontare.
Per riempire il silenzio.
Cammina mentre parla.
Passa davanti alle vetrine illuminate.
Si specchia nei vetri scuri senza fermarsi davvero.
“È tutto a posto.”
La voce è stabile.
Troppo stabile.
Ci sono giorni in cui vorrebbe dire:
“Mi sento fuori posto.”
“Non so se sto facendo la cosa giusta.”
“Ho paura di restare indietro.”
Ma le parole restano dentro.
Perché a ventiquattro anni dovresti essere entusiasta.
Non confusa.
Il telefono diventa uno scudo.
Parlare è più facile che fermarsi.
Una sera, senza pensarci, resta in silenzio più del solito.
“Giulia?”
Dall’altra parte nessuno la incalza.
Aspetta.
“Non sto proprio bene.”
Non è un crollo.
Non è una confessione drammatica.
È una frase detta piano.
La sua voce non è più perfetta.
È vera.
E a volte basta questo.


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